Salve a tutti voi che leggete… ma ci sarà ancora qualcuno che legge davvero questo blog?!?

Vabbè, nel dubbio vado avanti. Oggi non è il personaggio fittizio del progetto di raccontare la vita di una trentenne fuorisede qualunque, ma sono semplicemente io… l’autrice. Avevo bisogno di mettere nero su bianco quello che mi sta accadendo ed allora mi sono decisa ad iniziare a scrivere questo post. So già che molti di voi, leggendo queste righe, penserà che mi sto piangendo addosso e che non voglio davvero trovare una soluzione. A queste persone che non riescono ad empatizzare con il prossimo e che usano internet solo per dar sfogo alla propria insoddisfazione di fondo, su persone che hanno avuto un percorso più difficile del loro, per prima cosa dico loro di provare a camminare nelle mie scarpe… nel provare a vivere ciò che io ho vissuto, con gli sbagli che ho commesso e con le difficoltà che la vita mi ha mandato e poi forse potrete realmente capire cosa sto passando, il perché e come io mi senta.

No? Niente? proprio non ce la fate e cercate solo un posto dove dar contro a perfetti sconosciuti, per il puro gusto di sentire che le vostre vite sono migliori della mia? Allora vi chiedo gentilmente di non proseguire ulteriormente la lettura, perché già sto male di mio, di certo non ho bisogno anche di questo.

Lo so, per tutti coloro che hanno deciso di continuare a leggere queste righe, posso esser sembrata scontrosa, antipatica e acida, ma davvero non sto vivendo dei bei momenti ed avrei solo bisogno di un piccolo spazio dove io possa essere davvero me stessa senza giudizi o attacchi. Per una volta semplicemente me.

Piccolo recap per spiegare bene come sono arrivata in questa situazione. Mia madre è morta quando io avevo 10 anni, in un incidente che per poco portava via anche me. Per tre anni ho vissuto tra vari parenti tipo pacco postale, mentre mio padre affrontava la vedovanza lavorando in Trentino e non tornando neanche quando l’hotel chiudeva per la fine della stagione turistica. Dopo quegli anni in cui non pensavo potessi stare peggio di così, vado a vivere con mio padre per iniziare la scuola superiore. Mi sbagliavo, la mia situazione poteva certo peggiorare. Ho ritrovato un padre padrone, che non mi permetteva di uscire con gli amici, mi mandava a scuola sempre e solo coi due maglioni ed i due paia di jeans che mi venivano regalati da una zia, quando gli abiti diventavano troppo logori, alzava le mani se non facevo qualcosa in casa, o se ai colloqui scolastici non andavo bene, o semplicemente se reputava troppo impertinente una mia risposta.

Certe mattine lo percepivo proprio che si era alzato con l’intenzione di trovare qualcosa per cui sfogarsi a schiaffi e pugni sulla spalla. Passavo tutto il tempo a cercar di evitare possibili “trabocchetti”, ma non sempre ci riuscivo. Alla fine, ogni volta che alzava le mani, io passavo anche due mesi senza rivolgere parola in casa e lui non cercava minimamente di avere un vero rapporto padre-figlia. Mai una volta che mi abbia chiesto se stessi bene, o se fossi felice, mai una volta che si sia realmente occupato di me. A scuola ero sempre più emarginata a causa della mia diversità familiare, che faceva in modo che nessuno volesse davvro avere a che fare con me.

C’è da dire che con la morte di mia madre, ho sviluppato un disturbo alimentare in cui sfogavo il mio dolore sul cibo, con grandi abbuffate fino a stare male fisicamente. Cl tempo ingrassavo sempre più fino a diventare una obesa gravemente, anche questo portava le persone a non avvicinarsi a me, perché lo sappiamo che viviamo in un mondo dove l’importante è apparire. Quando scoprii che il mio comportamento era dettato da un disturbo che avevo sviluppato, mi misi in moto per cercare una soluzione, volevo venirne fuori. Oramai più che ventenne, mi rivolsi ad una psicologa della asl, la quale mi indirizzo ad un centro per la cura dei disturbi alimentari. Ah si, dimenticavo, mio padre mi picchiava anche ogni volta che trovava del cibo in camera mia, quando la ispezionava a sorpresa. Una volta me le diede anche con una spranga in metallo, mi fece la schiena totalmente nera.

Se l’andare agli appuntamenti con la psicologa della Asl ero riuscita tenerlo segreto, il poter andare in questo centro mi era impossibile senza mio padre, quindi presi il coraggio a due mani e gli confessai cosa stesse accadendo, chiedendogli di accompagnarmi a Bari per il colloquio con il primario del reparto preposto. Non ne era molto contento, per lui ero sempre stata una persona golosa, che non sa trattenersi e rubava cibo, Ricordo ancora il giorno di quel colloquio. Io ero nervosissima e mandavo sms ad una mia cugina che sapeva tutto e seppur a distanza di mille chilometri, cercava di tranquillizzarmi. Invece mio padre che mi urlava contro, perché il mio scrivere ad un cellulare lo distraeva dalla guida e questo poteva portare a rischiare un incidente. Sono convinta che non mi alzò le mani in quel frangente solo perché stava guidando e avremmo rischiato di sbandare.

E ricordo ancora il suo sguardo smarrito, quando dopo un primo colloquio con me, il primario volle parlare con lui, per spiegargli la mia situazione, per spiegargli che quei miei comportamenti non erano dovuti al piacere di mangiare, alla troppa golosità e che per essere presa in cura da loro, occorreva un lavoro di supporto anche a casa. Gli spiegò i comportamenti che doveva avere durante i miei pasti, di non avere assolutamente un fare accusatorio, di non farmi sentire giudicata e sbagliata, ma semplicemente di osservarmi, senza farmi sentire a disagio o colpevolizzata. Questo da solo avrebbe fatto sì che io smettessi di mangiare, durante i momenti di crisi.Lui si disse pronto a collaborare ed ad accompagnarmi lì ogni quindici giorni, per permettermi di avere incontri con la dietista, lo psicologo e lo psichiatra e per fare terapia familiare.

Indovinate cosa fece lui, una volta uscito da quello studio. Se lì dentro era sembrato smarrito, debole, persino rimpicciolito in statura allo scoprire la verità su sua figlia ed a dichiararsi disposto a collaborare, una volta fuori tornò lo stesso di sempre. Non mi parlò per diverse ore e quando lo fece fu solo per ordinarmi cosa preparare per cena. o certo, per i successivi tre mesi mi accompagnò in quel centro, ma contestualmente non faceva che demolire il lavoro che facevo con loro.

Ovviamente mi proibì di cucinare quantità di cibo inferiori al mezzo chilo di pasta ed ai secondi abbondanti che mi ordinava prima. Ogni volta che pesavo il mio piatto, secondo indicazione della dietista, non faceva che sentenziare che era una cosa inutile se poi alla sera bisognava finire tutti gli avanzi del pranzo (ed erano sempre tanti come potete immaginare). Miracolosamente riuscii a perder venti chili in quel periodo e lui non faceva altro che dirmi che non poteva essere così, che la bilancia si sbagliava, perché esteticamente non si vedeva nessuna differenza. Arrivò persino a litigare ed urlare contro il mio psichiatra, perché ci facevano stare tutta la mattina seduti in corridoio ad aspettare che ci ricevessero, anche quando arrivavamo per primi. Mi vergognai tantissimo e fu l’ultima volta che andai in quel centro. Li continuava a martellarmi psicologicamente che tutto quello non serviva a nulla, che era solo una perdita di tempo, che quei dottori non erano capaci e che era solo un gran spreco di benzina e di tempo.

Non credevo che questo post sarebbe stato così lungo, credo mi convenga suddividerlo in più articoli, di modo da non risultare troppo noiosa e magari per chi non ha il tempo di leggermi tutto d’un fiato, potrà leggere un post alla volta, ogni volta che ne avrà tempo. Intanto io volevo solo ringraziarvi per il tempo che mi state dedicando, credetemi, non lo do di certo per scontato.. Grazie.