Ieri sera mi è capitato di uscire con uno, uno di quegli incontri al buio. Vi ricordate quando la settimana del Festival di Sanremo, avevo la casa invasa da ragazze più o meno conosciute? Ecco, una di queste ha insistito nel volermi organizzare un appuntamento con un suo collega.

Diciamo la verità, mi ha presa per sfinimento, dopo settimane di rifiuti. Però ho ridotto la cosa ad un semplice aperitivo. Ho trovato la scusa della partita di Champions, e del caos che ci sarebbe stato nei ristoranti, per ridurre tutto all’osso.

Devo confessare che una cosa positiva dell’acconsentire alla cosa c’era, non posso mentire… il cibo. Praticamente in due, abbiamo occupato tre tavolini di pietanze, o meglio non noi, ma i gestori del locale. Continuava ad arrivarci la qualunque: tartine di vari gusti, mini panini, cruditè con pinzimonio, rotolini di zucchine grigliate con robiola e salmone, pizzette, olive, patatine, salatini, bignè salati, minispiedini di caprese, fritturine classiche tra olive all’ascolana e crocchettine, quadratini di quiche ai vari gusti, polpettine di vari tipi. Insomma, abbiamo speso più del solito (si, perché ognuno ha pagato per sè), ma tutta la roba avanzata, te la impacchettano e la puoi portare tranquillamente a casa. Probabilmente è per garantire al cliente che sia sempre tutta roba fresca. Per fortuna, quindi, che nessuno dei due aveva molta voglia di star lì a mangiare, così con tutto quello avanzato, ho il pranzo assicurato a lavoro.

Insomma è stata la fiera della banalità. Sto tipo lavora, ha uno stipendio consistente da quello che mi aveva detto l’organizzatrice dell’incontro, eppure vive ancora da mammina. “Sai, i miei si sono separati quando io e mia sorella eravamo piccoli e non mi va di lasciarla sola”. Certo, come no, ah bamboccione!!!! Dai su, sua sorella ha comprato una casa vicina a loro, con un piccolo giardino per i cani, non credo che la mammina si sentirebbe abbandonata, se l’altro figlio ne seguisse l’esempio. Diciamoci la verità, agli uomini occorre una cameriera/colf e chi meglio della mamma, visto che non devi neanche pagarla. Ah beh, però la casa la paga lui, da quando lavora, eh. E vorrei ben vedere, mammina non ha più diritto agli alimenti, visto che siete cresciuti, e fa la casalinga da una vita, ovvio che te, visto che guadagni profumatamente, ti debba occupare sobbarcare almeno il mutuo.

“Si, perché noi viviamo in quella casa da sei anni, ma eravamo in affitto. Mi sembrava di stare a buttare i soldi, così ho fatto una proposta al proprietario e l’abbiamo acquistata. Ma la casa è intestata a me ora, eh”. E sti cazzi? Quando poi gli ho chiesto come farà semmai troverà la donna giusta per lui. Ed ecco che con somma sorpresa esclama: “Beh, in quel caso, mia madre si trasferirebbe a casa di mia sorella, insieme al cane”.

Ah quindi passi da una colf all’altra quindi. Certo, in quel caso cosa importa se mammina si possa sentire come un pacco postale, tanto avresti comunque chi ti stiri le mutande, certo. Non solo, diceva di essere affezionatissimo al loro cane, eppure in caso di compagna, il cane lo spedisci da tua sorella. Insomma ha preso casa di sua sorella come una sorta di ospizio per parenti dismessi.

Ma non è tutto, il resto dell’appuntamento è stato il festival della banalità, sembrava, più che un interrogatorio, un colloquio di lavoro. Le domande che mi faceva erano le classiche da responsabile delle risorse umane. Quali fossero le mie prospettive di lavoro, se per caso mi vedo impiegata altrove tra cinque anni, come pensassi si possa migliorare il lavoro nel mio ufficio e così via. 

Insomma una tortura. Solo una domanda mi ha fatto riflette realmente, ma non lì al bar, ma una volta rientrata. Mentre preparavo un insalata (con valeriana, carote, mais, finocchi, olive e cetrioli) e riscaldavo il polpettone avanzato, mi son trovata a riflettere nuovamente su quella domanda. Qual è il mio primo ricordo?

Ora, tralasciamo il fatto che non abbia specificato su quale tipo di primo ricordo, che ne so il primo col primo fidanzatino, il primo nella mia carriera scolastica, il primo lavorativamente parlando, ecc. Prendiamo per buono che intendesse il primo ricordo della mia vita. Ecco, cosa avrei potuto rispondere, invece di inventarmi una scenetta da famiglia del Mulino Bianco? Io se mi fermo a pensarci, mi sento come un naufrago in mezzo al mare, con il terrore di esser sbranato da uno squalo.

Cioè, insomma, i ricordi d’infanzia son sempre molto sfumati, soprattutto quello dei primi 4-5 anni, come faccio a datarli tutti? Come faccio a capire quale sia il primissimo che la mia mente custodisce? Scremando tutti quelli dell’asilo, di ricordi casalinghi ne ho ben pochi e soprattutto solo un fermo immagine e non saprei dare a tutti un’età. Forse il mio primo ricordo è una stanza buia, un materasso per terra, io appena svegliata ed ancora intontita dal sonno. La luce del pieno giorno che si insinua timidamente dalla piccola fessura della porta accostata. Forse è stato quel piccolo raggio di sole a svegliarmi, o forse è la voce troppo alta di mia zia che parla nella stanza accanto, nella prima casa dei miei nonni. Ricordo che quella notte avevo dormito nel suo letto, a causa di lavori di manutenzione in quell’appartamento. Ricordo anche che mia zia non facesse che protestare, perché io avevo bagnato il letto nella notte. Insomma, da quei momenti annebbiati nella mia mente, mi resta solo un profondo senso di vergogna nel sentire quelle parole. Ma non potrei certo giurare che si tratti della primissima mia reminiscenza.

E voi? Sapreste raccontare, con assoluta certezza, quale sia il vostro primo ricordo d’infanzia? Vi capita mai di ritornar con la mente in quel frangente? Son curiosa.

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